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Gioco, ma solo quando lo dico io

11/07/2017 , In: MAMMA , With: No Comments
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E aggiungerei anche “gioco…se proprio devo”.

In questo periodo non passa notte senza che almeno uno dei nostri figli sgattaioli fuori da camera sua e venga a infilarsi sotto le nostre coperte.

In realtà ci sono 35 gradi e io sono l’unica a non rinunciare al lenzuolo. Lo so, é psicosi, ma magari al mostro che rosicchia i piedi non glie ne frega del caldo e arriva lo stesso!

Di solito é uno solo, ma capita che arrivino in due, tre o direttamente l’eventualità hardcore con tutti e 4.

Di sera, la procedura per portarli a letto parte alle 19:00 circa e si conclude non prima delle 20:30, con favola o “Wimmelbuch”. In Austria, dove abbiamo vissuto fino a poco fa, si trovano questi libri di sole immagini, molto ricchi di figure, in cui é divertentissimo scovare piccoli dettagli nascosti. Infine un bicchiere d’acqua e la canzone della buona notte.

Comunque, divagazioni a parte, quello a cui volevo arrivare é che a quel punto, dopo una giornata intera in cui mi sono fatta in quattro sono “stanchina”.

Farsi in quattro, nel mio caso non è una figura retorica.

Il fatto è che posso dedicarmi al blog solo quando i bambini dormono. Di solito uso proprio le ore serali e mi siedo al computer a scrivere, riorganizzare, editare foto e tutto quello che può servire per questa specie di “quinto figlio” che richiede tante attenzioni.
Insomma, quando finalmente verso le 23:00-00:00 vado a dormire, la palpebra non regge più e il pensiero che qualcuno possa venire a disturbare le mie preziosissime ore di sonno rasenta il terrore.

L’altra sera, dopo cena, quando i bambini sono andati dal papà per il bacio della buona notte, Lui gli ha detto:
“se questa notte qualcuno si sveglia e vuole venire nel nostro lettone venga tranquillo”.

VENGA TRANQUILLO?????????

Deve essere impazzito, non può essere in sé!

Questi già arrivano di loro iniziativa, se prima di dormire gli diciamo pure di “venire tranquilli” ce li troviamo di sicuro tutti e quattro a litigare per l’ultimo angolino di letto libero.
Non ho trattenuto uno sguardo tra il fulmineo e l’attonito e Lui deve averlo notato (in fondo lo scopo dei nostri sguardi acidi é proprio perché i nostri Lui li notino), perché mi ha detto una cosa che mi ha spiazzata.

“Dai, per ora siamo i loro eroi e vorrebbero stare sempre e solo con noi, ma tra un attimo saranno grandi e di noi non ne vorranno più sapere; godiamoceli finché dura”.

D’accordo, io me li “godo” già tutta la giornata mentre lui, lavorando fuori casa, li vede meno di me, ma a prescindere da questo…mannaggia a lui, aveva ragione (un caso eccezionale, si intende!)!

Per quanto desideri per i miei figli che trovino la loro strada, che la trovino presto e la seguano, sentirei di aver fallito se, una volta grandi, non volessero più condividere con me quello che gli succede, che li preoccupa o che li rende felici.
Difficilmente parleranno con noi “dopo” se adesso gli permettiamo di avvicinarsi solo quando é “il momento giusto” per noi. Quando gli diamo “il via libera” per parlarci o per mostrarci i loro bisogni e le loro insicurezze. Difficilmente ci cercheranno in futuro se adesso li allontaniamo quando hanno bisogno.

Devono sapere che ci siamo, di giorno e di notte e non da quando avranno 15 anni, ma anche e soprattutto adesso che ne hanno 3 e 5. Ebbene sì, anche adesso che la mamma é “stanchina”, alza la voce più del dovuto e vorrebbe riuscire a dormire per una volta 8 ore di fila.

E non si tratta tanto dell’eterno discorso bambini nel lettone SÌ, bambini nel lettone NO.

È da un po’ di tempo che, nell’illusione di riprendermi così degli spazi miei e solo miei, approfitto molto spesso della grande fortuna delle famiglie numerose con figli di età ravvicinate.

Essendo in 4, i bambini infatti possono intrattenersi anche tra di loro.

È ufficiale, ultimamente gli sto dedicando pochissimo tempo di qualità.

Siamo insieme tutto il giorno, tutti i giorni dell’anno, per cui non si può certo dire che manchi la mia presenza (anzi, è pure troppa). Quello che spesso manca è la mia attenzione, il tempo effettivamente dedicato solo ed esclusivamente a loro, la mia disponibilità al gioco e un atteggiamento giocoso in generale. Sono diventata un’entità che aleggia intorno a loro per controllare che non spacchino né la loro testa, né la casa, ma che riduce le interazioni al minimo indispensabile. Da un lato è pure una fortuna, perché ultimamente le interazioni finiscono immancabilmente con me che perdo la pazienza e alzo la voce.

Credo proprio sia ora di riprendere in mano un bellissimo libro di Lawrence J. Cohen, che ho letto un po’ di tempo fa e che vi consiglio più che caldamente!

Playful Parenting“, o la traduzione italiana (che però non ho letto) “Gioca con me“.

È un libro estremamente pratico, nato da anni di esperienza dell’autore come psicoterapeuta infantile. Racconta, tramite tantissimi aneddoti, come l’approccio giocoso lo aiuti nella comunicazione con i bambini. Questo modo di porsi ha contribuito a risolvere molti squilibri che tendono a prosciugare l’energia dei genitori e convogliare verso atteggiamenti indesiderati (aggressività, pianti ricorrenti ecc…) quella dei figli.

Non si tratta di giocare fino allo sfinimento per allietare il pupo, ma di imparare ad utilizzare il gioco per comunicare.

Se i bambini utilizzano il gioco per comunicare con noi, impariamo il loro linguaggio e utilizziamo il gioco per farlo con loro.

La domanda vi sorgerà spontanea (a me prima di leggere il libro era sorta): ma con la fatica che ho addosso, dove le trovo le energia per fare il saltimbanco?

Ricordo il mio primo “esperimento” di playful parenting mentre stavo leggendo il libro e volevo vedere se aveva senso. I piccoli erano in piena fase “terribili due anni”, non facevano altro che sfidarmi e tirare la corda per testare i miei nervi. E quelli ormai, mi avevano salutata definitivamente… pure col gesto dell’ombrello.

Tutti e 4 i bambini si erano messi a saltare sul lettone contemporaneamente e non contenti si spingevano a vicenda da ogni direzione. Io, che ho in fronte il ricordo di un gioco analogo con mio fratello, gli ho subito detto di smetterla e di scendere dal letto.

…niente…nessuna reazione.

La Marianna di quel periodo avrebbe, nell’ordine:

buttato lì una minaccia (niente…)

alzato la voce (niente…)

alzato ulteriormente la voce (niente…)

preso di peso, per la prima estremità che passava a tiro, tutti e 4 i bambini e spediti in castigo (10 minuti di urla in dolby surround per tutta la casa, più altre urla mie perché in castigo ci rimanessero).

Presa dal raptus “gioco”, invece, sono saltata sul letto a rallenty cercando di prenderli e morsicargli le caviglie muovendomi e parlando in slow motion. Minacciavo che avrei morsicato fino a sera l’ultimo che sarebbe uscito da camera mia.

Dopo un primo momento di stupore, hanno iniziato a ridere fino alle lacrime di questa mamma impazzita e sono scappati tutti abbandonando letto e camera.

Quando poi il gioco, che sarà durato 2 minuti, era finito e si erano calmati di nuovo, gli ho detto in tutta tranquillità che li avevo fatti smettere perché era pericoloso per via dei comodini ecc…

Sono sicura che non mi ci sia voluta più energia a risolvere la situazione così, piuttosto che a urla e pochi minuti di gioco e ironia hanno cambiato l’atmosfera in casa per tutto il resto del pomeriggio!

Ecco, ho l’impressione che servirebbe un ripassino anche a me.

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Ciao! Dietro a “se non ora quattro” ci sono io, Marianna.
Milanese di nascita, austriaca di adozione e da poco di stanza a Treviso.
Architetto convertito momentaneamente (?) a mamma a tempo pieno, entusiasta e gran disordinata, con un passato da sportiva e un presente da funambola tra bimbi, casa e la ricerca di equilibri.

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